Intervista a Daniela Regnoli, in scena “Dialoghi con Trilussa”

La storica compagnia del Teatro Potlach al Teatro Bonucci

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Micro Teatro Terra Marique,  in collaborazione con l’associazione Amici del Teatro di Colombella ospitano una grande attrice, Daniela Regnoli, e la storica compagnia Teatro Potlach di Fara Sabina, sabato 15 dicembre alle ore 21,00 al Teatro Bonucci nell’ambito di “Una stagione fuori”.

Il primo appuntamento della stagione è lo  spettacolo Dialoghi con Trilussa con Daniela Regnoli, regia Pino di Buduo, Produzione Teatro Potlach.

 

Info e prenotazioni 3470798353 (anche su whatsapp) info@microteatro.it.

Il Teatro Potlach è stato fondato nel 1976 da Pino Di Buduo e Daniela Regnoli che hanno scelto come sede Fara Sabina, piccolo centro della provincia di Rieti. Ad oggi il Teatro Potlach ha prodotto oltre quaranta spettacoli, rappresentati in tutto il mondo.

In attesa dello spettacolo basato sulle poesie del maestro indiscusso del verso romanesco abbiamo avuto il privilegio di un ‘dialogo’ con la protagonista, Daniela Regnoli che nell’ intervista che segue ci racconta le esperienze maturate dagli esordi nel 1976 ad oggi.

 

Ad oggi il Teatro Potlach ha prodotto più di 40 spettacoli, molti dei quali rappresentati in tutto il mondo attraverso le sue tournée internazionali. Quando è iniziata questa splendida avventura?

“E’ cominciato tutto  nel 1976. Pino, ovvero il regista, ed io, eravamo  appena tornati  da un seminario di otto mesi in Danimarca dove abbiamo studiato  al teatro di Eugenio Barba. Siamo poi tornati in Italia con l’intento di  creare un nostro gruppo e,  grazie alla disponibilità di un sindaco coraggioso, al quale  ci siamo presentati dicendo che volevamo  spazi per fare teatro e attività culturale, siamo entrati in quegli spazi, spazi  che ci ospitano tutt’ora, i quali ad oggi non hanno più l’aspetto che avevano allora. C’era un palco fatiscente che dopo pochi anni noi abbiamo abbattuto e poi abbiamo costruito un pavimento di legno, nella nostra sala non c’è palco e può adattarsi a diversi spettacoli, col tempo ci siamo espansi e abbiamo ristrutturato il teatro”.

Dove si trova il teatro  Potlach?

“La nostra sede è nella parte più alta di Fara Sabina, è una piccola collina a 450 metri sopra il livello del mare ed è una parte dell’edificio del 600 di un vecchio convento, che nel corso del tempo ha avuto diverse destinazioni, che sono state un dopo lavoro,  un cinema,   la sede della banda comunale, e  anche un teatro negli anni 30”.

Quale era il vostro intento?

“La nostra necessità era quella non di incontrarci, non di trovare delle persone per trovare una messa in scena,

ma era quella di creare un gruppo con persone che avessero voglia di crescere insieme”.

 

Avete realizzato un grande progetto, ne siete fieri?

“Assolutamente sì, e questo lo considero un piccolo miracolo ed un gran privilegio, poiché ho fatto della mia passione il mio lavoro, naturalmente con tutte le difficoltà del caso”.

Forse i tempi erano diversi?

“Certo, non so oggi come sarebbe fare un’impresa del genere, ogni tanto me lo chiedo. Nel nostro caso nel corso di 43 anni le persone sono andate e sono venute, ci sono persone che si sono fermate per dieci anni e poi sono andate, alcune hanno continuato a fare teatro, alcuni oggi sono medici, altri sono restauratori di mobili ed altri sono rimasti come ad esempio  Nathalie Mentha, nel corso del tempo si sono avvicendate molte persone. Noi siamo sempre stati

un gruppo internazionale,

nel senso che gli attori talvolta erano brasiliani, uruguaiani, argentini, svizzeri, danesi, un gruppo eterogeneo”.

Hai alle spalle un lungo percorso come attrice, più di quaranta anni, come definiresti il tuo lavoro, e il lavoro dell’attore in genere? 

“Sento che il nostro lavoro, il lavoro dell’attore,

è corpo e mente, due diversi livelli di espressività.

 Per questo i nostri spettacoli non si sono mai basati esclusivamente sulla parola intesa come comprensione di una lingua, ma piuttosto nel  mettere in scena queste due sfere. C’è  sempre una danza nascosta dietro il  lavoro, a volte più evidente a volte meno. Non abbiamo mai basato  il nostro lavoro solo sulla comprensione del testo, ma anche sulle luci, sui costumi, su una scenografia essenziale e mai descrittiva”.

Come è nata l’idea di uno spettacolo con le poesie di Trilussa?

“In quel momento facevo un laboratorio amatoriale per attori non professionisti, all’incirca un incontro a settimana nelle ore serali. Costruire qualche cosa insieme era difficile, non riuscivamo ad essere sempre tutti, a causa degli impegni professionali dei partecipanti. Con le poesie di Trilussa, essendo delle piccole isole  avevo la possibilità di poter lavorare con l’uno o con l’altro anche se mancava qualcuno e cosi ho cominciato a ‘frequentarle'”.

Frequentazione che poi è diventata uno spettacolo quindi, un idea tua o del regista?

“Pino mi ha  proposto di fare uno spettacolo sulle poesie di Trilussa, all’inizio era titubante, la sentivo un po’ fuori contesto, un po’ lontana da quella che era la mia storia di attrice in quegli anni, e mi sbagliavo totalmente”.

Quando avete debuttato?

“Due anni fa per la prima volta nel nostro teatro e poi sono seguite una serie di repliche, nel corso del tempo lo spettacolo è cresciuto, una esperienza che ho fatto che mi ha dato tantissimo

  è quando ho cercato di rendere interculturale Trilussa in Iran.

Non solo anni fa non avrei pensato di costruire uno spettacolo con Trilussa, adesso io non potrei pensare a questo spettacolo senza tutto quello che ho attraversato in anni di lavoro, e questo lo sperimento assolutamente ogni volta che lo rappresento,

la memoria è nel nostro corpo”. 

Come siete riusciti a comunicare con  spettatori che non conoscevano sicuramente il dialetto romanesco?

“Il ritmo della poesia, le assonanze delle rime e il lavoro dell’attore lo reso possibile. Ho manipolato queste poesie in modo tale che loro poi fossero attratti, un po’ come facevano gli attori della commedia dell’arte quando nel cinquecento, ed è stato un successo enorme.  

In Iran avevamo le traduzioni in farsi, la loro lingua, in fogli plastificati, e questo chiaramente non era sufficiente, non puoi pretendere che chi passa si ferma e legge, perciò ho creato in uno spazio d’azione piccolissimo e un tempo breve un rapporto con le persone che passavano facendo capire loro che il dialetto romanesco dovevano in qualche modo  leggerlo, ma che si dovevano anche sbrigare perché io non avevo molto tempo a disposizione, quindi loro capivano che quello che  in qualche modo avevamo letto, io poi lo  andavo a rappresentare.

Se non avessi avuto alle spalle i miei quaranta anni di acrobatica, di danza, di lavoro con gli spettacoli di strada, fino alle varie collaborazioni con pedagoghi orientali tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Noi abbiamo viaggiato moltissimo e per noi era importante viaggiare e sempre, quando andavamo in un posto,  chiedevamo se era possibile lavorare cercando sempre di arricchirci a secondo di quello che ci poteva offrire la cultura del posto, non era semplicemente una tournée”.

Infatti proponete un progetto artistico che si chiama “Le città invisibili”, di che si tratta?

“Andiamo in un luogo e ci fermiamo una settimana  durante la quale si circoscrive un raggio di azione creando un grande percorso per lo spettatore che lo attraversa rendendo invisibile il luogo conosciuto e rivelandone  altri aspetti, nascondendolo con teli, con luci eccetera.

Possono partecipare persone di diversi ambiti professionali. E’ una città, come la chiamiamo noi, che viene allestita durante lo spettacolo, spettacolo che parte in simultanea, dove gli spettatori viaggiano all’ interno di questo percorso e decidono dove fermarsi”.

Tornando allo spettacolo, Trilussa ha una vastissima produzione, scegliere quali versi portare in scena  è stato impegnativo? 

“Sicuramente c’è è stato un grande atto di fiducia da parte del regista. Il  lavoro grosso è stato nello sceglierle, e poi c’è stata una scrematura. Il lavoro era anche legarle, per creare un racconto”.

Perciò è  un  dialogo immaginario  col poeta romano che ha raccontato con ironia cinquanta anni di cronaca italiana, a cavallo delle due guerre. Una riflessione su un passato ancora attuale?

“E’ una riflessione sull’essere umano se vuoi, si passa da una riflessione sul tempo di una volta, si arriva ad una riflessione sulla guerra,  molti raccordi che ci permettono di passare da un tema ad un altro, da una poesia ad un’altra, dalla guerra, all’ amore, alla creazione del mondo,  legami che  sono stati un lavoro ulteriore nei testi proposti in modo che abbiamo creato un filo drammaturgico, cercando di creare una situazione di fluidità”.

Sicuramente, una situazione di fluidità che lega il passato al presente, e lo sdrammatizza in modo  sicuramente divertente, come è riuscito Trilussa con la sua ironia pungente. La stessa fluidità che ha permesso ai  fondatori del teatro Potlach di rendere Trilussa interculturale. Potlach, non a caso  il dono, nel linguaggio degli indigeni dell’America nord-occidentale,  ovvero il rito del dono gratuito, che conferisce prestigio a chi lo elargisce e a chi lo riceve.