Intervista a Floriana La Rocca, Artista Poliedrica

Conversazione con l'Attrice, Cantante e Scrittrice Floriana La Rocca, un' Anima Nobile

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Oggi, sabato 9 marzo 2019, alle ore 17,30 al Palazzo del Comune di Corciano (PG), nell’ambito Romanzo al Femminile, Floriana La Rocca presenta il suo libro “Haloren, storia di una nobile zingara” (Bertoni Editore).

Ho conosciuto Floriana per caso, davanti ad un teatro in attesa di uno spettacolo. E’ nata una rara empatia durante la breve attesa, mossa dalla passione condivisa per il Teatro, la mia da spettatrice, la sua da attrice e molto altro, come vedremo. E così abbiamo deciso di conoscerci meglio, sorseggiando un cappuccino in un bar di Perugia.

 

Floriana, tu sei attrice, cantante, scrittrice, performer. Raccontami di te. Come è nata la passione per le diverse forme artistiche che coltivi?

 

“Nasco cantante, sono salita sui palcoscenici fin da bambina, e dopo aver vinto il festival di Castrocaro e rappresentato quello di Sanremo in Giappone per il gemellaggio Atami-Sanremo, interruppi il contratto con la EMI e passai alla RCA. Lì incontrai Ivan Graziani,  Gino Paoli, Riccardo Cocciante ed altri importanti cantautori del momento con i quali collaborai.  Con Ivan Graziani presentammo un brano scritto da lui ‘Vedi e facile’ e  ‘Dammi un pezzo del tuo cuore’, scritto assieme, che doveva diventare il lato B di questo disco. C’era ancora il vinile, partecipammo al festival di Caorle (VE). Poi il viaggio a livello cantautorale con questi personaggi prese altre strade con la scelta personale di ritirarmi a Taranto ”.

Sei originaria di Taranto? 

“Sono nata a Taranto da padre siciliano e madre locorotondese, quindi metà pugliese metà siciliana, e poi ho vissuto in giro dove è capitato, fra cui dieci anni a Roma in fasi diverse, cambiando cinque appartamenti. Ho viaggiato molto, restando sempre nell’ambito artistico    che poi è diventato anche letterario. Già scrivevo testi per brani musicali che come tu sai devono seguire una metrica precisa data dalla musica”.

Dunque, hai vissuto seguendo la tua passione per  la musica, la scrittura, il teatro?

“Ho fatto solo questo nella vita, avrei potuto dedicarmi all’insegnamento ma ho preferito lasciar perdere, me lo potevo permettere e quindi ho navigato completamente nel mondo artistico, innanzitutto come cantante e autrice, poi da autodidatta mi sono dedicata al Teatro. Una spinta forte la ebbi anche negli anni ’90, quando calcai il palcoscenico del teatro Parioli ospite “sulle righe” del Maurizio Costanzo Show. Ho ancora in mente le risate del pubblico quando nella prima puntata mi presentai con un animaletto sulla bombetta. Era il 1° Aprile, non avevo il pesce e portai l’uccello; o quando mi presentai con un abito di tulle rosa lungo 25 metri. Una “scoppiettante” apparizione che non finiva più, con Costanzo divenuto paggetto”.

Quali sono stati i tuoi maestri durante il tuo percorso da attrice?

“Ho seguito grandi maestri , da Nicolaj Karpov a Giorgio Albertazzi del cui Atelier sono stata autrice e attrice. Il Metodo Lee Strasberg con Loredana Scaramella, docente fra i più acclarati e precisi; un superbo corso di sceneggiatura con Giuseppe Rocca e Cinema con Giovanni Veronesi, Gianfranco Albano, Tiziana Aristarco. Ho avuto riferimenti importanti e sono grata per questo alla vita. Da tutti loro ho carpito, recepito, imparato.                        Il perfezionamento all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica  “Silvio D’Amico” mi galvanizzò, anche perché  dal provino d’ingresso che tenni da autodidatta entrai nel numero degli ammessi con i diciannove ventesimi dell’attenta Commissione preposta alla valutazione”.

E’ bello sentirti dire che sei grata alla vita. Succede raramente in un periodo storico nel quale l’impegno artistico talvolta non è riconosciuto, di avere risposte positive e meriti pieni

“Le cose a cui mi sono dedicata mi hanno risposto sì. Se  non c’è scambio costruttivo, che stimoli ad andare avanti, le passioni, i talenti, possono morire, per quanto, convinta come sono, sarebbe stato comunque difficile ‘spegnermi’”.

Loie Fuller, danzatrice

Ti vedo molto solare. E’ una questione di ottimismo quindi, e soprattutto di empatia col mondo, con gli altri? 

“Empatia, esatto. Credo sia fondamentale, prima di ogni artista e qualsiasi altro ambito si scelga, c’è  l’essere umano. La comunicazione inizia dallo sguardo, dal modo di porsi, dall’aprirsi agli altri. Con queste premesse si hanno ottime possibilità di diventare un completo professionista,  attore, ingegnere, giornalista, farmacista, medico, giardiniere, insegnante. Certo, nall’Arte esiste una sublimazione imprescindibile che però va coltivata.  Siamo nati per stare con gli altri, non per rinchiuderci, e in una società è necessario il confronto”.

Vero Floriana, siamo nati per comunicare e l’arte è una delle più potenti forme di comunicazione. Come vivi il palcoscenico? 

“I miei Recital contengono recitazione, musica, canto. Io stessa mi accompagno, ho studiato pianoforte al  Liceo Musicale di Taranto “Giovanni Paisiello”.  Cerco di esprimermi al meglio con le varie forme delle quali mi sono sempre occupata, in cui mi muovo con la massima disinvoltura ma mai disincantatamente. Quando canto,  recito o scrivo, sto da Dio.Penso che l’arte  arrivi prima di ogni altra cosa perché  tocca la vita, le emozioni, ed è il veicolo più giusto,     meglio del più interessante predicozzo. L’arte vera fa vibrare, ed è il brivido che conta. Bisogna essere motivati. Più vivo e sperimento, più mi convinco sia l’Amore a portare risultati. Il vero, inesauribile ponte per arrivare agli altri”.

Siamo in un epoca di degenerazione culturale e artistica. Come può l’arte modificare questa condizione al giorno d’oggi?

“Rivisitato Oscurantismo, fortunatamente con molte  nuove scintille. Ritengo fondamentale togliere all’Arte la sua inarrivabilità;talvolta si ha l’idea che Essa debba rendersi elitaria, o che debba arrivare ad uno stretto numero di persone, non essere popolare. Dobbiamo modificare questa concezione”.

Ovvero, mettersi al fianco dello spettatore, di chi ne fruisce? 

“Chi fa arte deve mettersi alla stessa distanza di chi magari non se ne occupa ma che può, che deve, fruirne. Con il giusto input,espandendo questo famoso brivido, gli esseri umani migliorano. La Bellezza ha sempre fatto cose buone, mai cattive. Talvolta può distorcere, ma dà comunque nuova linfa alla conoscenza. E attenzione con “l’apparenza”! Apparenza sarebbe forma, non superficialità, e la forma anticipa e spinge la sostanza”.

Indro Montanelli, padre del giornalismo italiano, insegnava a  dimenticare  tutta la cultura per portare il lettore a comprendere il messaggio, per una comunicazione efficace, ovvero metteva il lettore al centro. Vale anche per l’arte?

“L’Arte deve fare questo, è il suo ruolo principale, che sia un quadro, una voce, un canto, una scultura, uno scritto, uno strumento che suona, un’interpretazione drammatica o leggera, devono, tutte queste espressioni, contenere  il significante della vita. L’arte è materia, uno stato fisico, e non c’è niente di più sublime di questo tipo di materia proprio perché comprende tutto, induce all’emozione, che passa dalla pelle, dallo sguardo, dalla propria intimità. In qualche modo l’ego di una persona che si espone si dilata, ma dopo  deve saper restringersi. Se lo si dilata all’infinito finisce per  disperdersi e non arriva da nessuna parte. Ciascuno è nel suo mondo, nei suoi problemi, nelle sue gioie, nelle sue cose”.

Eppure molti artisti non riescono a scendere dal palcoscenico, e questo genera la frattura, che poi è incapacità di espandere il famoso brivido di cui parli…

“E’ un errore che le grandi menti, e come grandi intendo generose, non dovrebbero mai fare. Alcuni hanno un’idea piccola dell’arte, riconducibile a volta al mero esibizionismo. C’è da fare i distinguo, c’è da capire dove si vuole arrivare e quanto tempo si dedichi a quello che vuoi incamerare per passarlo. La fama pret-à-porter è di moda ma produce risultati risibili. Se non si studia, non si approfondisce, se non si sa anche rubare dagli esempi di chi è venuto prima, trasformando il “malloppo” in una propria creatura, non può esserci storia. Penso non ci sia spazio per artisti cui manchino queste basi. Possono dipingersi anche come dei padreterni”.

Perciò, oltre al talento, è chiaro l’artista deve saper trasmettere emozioni agli spettatori con una comunicazione potente, da cosa dipende?

“Dalla sensibilità, da quanto la si è affinata. Se è spiccata, profonda, può farti arrivare dove non penseresti mai: nel cuore della gente, a toccare le corde giuste. Il prossimo libro di poesie l’ho intitolato ‘Strumentiacorde’  non a corda, perché non sono strumenti musicali, sono le delicate corde dell’intimità, luoghi privati che accomunano tutti”.

Hai pubblicato altri libri?

“Altri due in Poesia: “Nicchia. Poesie, pensieri e parole” (Futura Edizioni) e “Distretto D’Amore” (Bertoni Editore).  E due romanzi: “Ai limiti del sogno” (Ed. Il Coscile) e “Haloren. Storia di una nobile zingara” (Bertoni Editore)

Quest’ultimo tratta il mondo degli zingari. Alla presentazione del romanzo, che si terrà in aprile anche a Grottaglie (TA), avrò come relatore Pierfranco Bruni, scrittore, poeta e altro, candidato al Nobel Letteratura. Sono molto fiera di questo, ma tutti i relatori presenti sono  speciali”.

I tuoi prossimi progetti?

“In aprile 2018 sono stata protagonista del cortometraggio “Andate in pace” sceneggiato e diretto da Carmine Lautieri, giovane regista di eccezionale talento, laureatosi alla RUFA proprio in questi giorni con lode e straordinaria valutazione finale.

“Andate in pace”

Sul set sembrava il giovane nuovo Fellini. In aprile prossimo verrà proiettato nel paese diventato set per l’occasione (Tora e Piccilli), tra Lazio e Campania, e parteciperà a vari concorsi di Cinema. Mi sono ritrovata in un’atmosfera da Commedia all’Italiana, De Sica docet. Haloren, il mio romanzo, è potenzialmente la sceneggiatura per un film. L’ho sottoposta anche a Ferzan Ozpetek. È un mondo che egli potrebbe meravigliosamente adattare cinematograficamente. E’ inoltre sempre in essere il progetto teatrale su Pablo Neruda, ‘Il sangue e l’aria’, tenuto presso Biblioteca San Matteo degli Armeni a Perugia, anticipato da quello su Sylvia Plath andato in scena anche per Teatro Di Sacco. Spero di toccare i teatri romani. Racconto in breve la vita di Silvia Plath, poetessa americana che mise la testa nel forno e si suicidò con l’ossido di carbonio dopo aver sigillato le finestre e le porte perché il gas non passasse nella stanza dei suoi bambini. Prima dell’ultimo gesto finale porta la colazione ai figli  avuti da Ted Hughes, autore inglese dal quale si dovette separare dopo il tradimento con una amica comune della quale lui si innamorò. La Plath caduta già nel Complesso di Elettra, dopo il tradimento di Ted piomba nella serpe interrata del Male Oscuro. Ella aveva tentato più volte il suicidio. Nel 1963 le riesce”.

Un personaggio complesso, per te così solare, quali personaggi ami interpretare? 

Lettere di una pazza

“Tu mi vedi solare, e lo sono, ma riesco ad entrare in situazioni anche molto severe a livello attoriale, per cui non ti nascondo che rappresentare personaggi particolari mi piace moltissimo. Anni fa portai in scena ‘Lettere di una pazza’, che era la confessione di una donna che aveva sofferto  l’esperienza terribile dell’elettroshock e del manicomio.

Scrissi una lettera mettendomi al suo posto, e la portai in scena. Non è detto che non la riprenda; ogni tanto nelle mie pagine social la ripropongo. Dei personaggi è il profilo psicologico che mi attrae: più è complesso, anche difficile ma raccontabile, più m’intriga. E voglio crederci fino in fondo. Senza queste premesse probabilmente altre cose mi avrebbero attratta nella vita. Da quando sono nata, partendo geneticamente da un papà adorabile che scriveva, era linotipista al Corriere del Giorno di Taranto dopo aver vinto un concorso, suonava il clarinetto, strimpellava il pianoforte, ho seguito e amato visceralmente ogni forma artistica e la possibilità di poterla io stessa trasferire. In famiglia anche mia sorella maggiore si è occupata di Musica ed ama il Teatro. Da mia madre ho imparato la risolutezza e la capacità di occuparmi di più cose contemporaneamente, anche dei piatti eccellenti della cucina pugliese. Quando vorrai, Cristiana, vieni a trovarmi. Ti farò provare molte cose”.

Come interpreti Sylvia Plath? 

“Un particolare di questo spettacolo è che compio due azioni performative contestualmente, interpreto da lettrice alcune sue poesie e divento Lei nella sua vita. Mi avvalgo di Al Fonzo, percussionista-contrabbassista per i suoni d’effetto. In altre occasioni, anche della presenza di Enzo Cordasco a cui ho affidato la scansione performativa da anticipare al pubblico. E però un progetto che posso fare e faccio anche da sola. La cosa affascinante della vita della Plath, oltre la statura letteraria, è la complessità della sua persona. Quel macigno interiore che non riusciva a sbrogliare. La matassa di dolore, di cose irrisolte. Dal  maestro Giorgio  Albertazzi ho imparato l’ossimoro che il vero attore è colui che non recita. Spero, in qualsiasi luogo egli si trovi, sia felice di me”. Al termine dello spettacolo su Sylvia Plath il pubblico si alza commosso”.

Sylvia Plath

Sai anche far ridere?

“Mi reputo multitasking,  multisfaccettata, ho anche la Vis  comica, ironica, non per meriti ma per un potere che mi viene da qualcuno o qualcosa cui non mi è dato sapere”.

Grazie Floriana è stata una conversazione interessante! 

“Grazie a te, Cristiana! Sei una bella persona, in tua presenza avverto buone vibrazioni, e alla prossima occasione avrai il mio libro. Con amore e gratitudine”.

Anna Pavlova, ballerina russa