Tutti i giornali hanno dedicato spazio alla riapertura della Basilica di San Benedetto a Norcia. Un evento storico per l’Umbria, per l’Italia, per l’Europa intera che ritrova il suo patrono dopo nove anni di silenzio. Ma dietro la cronaca, dietro le autorità e le celebrazioni ufficiali, c’è un’altra storia. Più piccola, più intima.
La storia di chi a Norcia ha lasciato l’adolescenza e che quel giorno è tornato, non solo in piazza San Benedetto, ma in quegli anni irripetibili in cui tutto sembrava possibile.
Nasce un gruppo WhatsApp. Si chiama semplicemente “I nursini”. Solo un pretesto – la riapertura della Basilica – per ritrovarsi.
Persone che si sono perse di vista da decenni, che hanno costruito vite altrove, che portano addosso il peso e la bellezza degli anni vissuti. Ma che dentro, in quella parte di sé che custodisce i ricordi più luminosi, hanno ancora quindici anni.
Il Vaccaro, il jukebox e i pomeriggi infiniti
Ci ritroviamo alla Taverna del Priore. Tra un bicchiere di vino rosso che profuma di casa e una frittata al tartufo – perché è vietato andare a Norcia e non mangiare tartufo, questo è un comandamento non scritto – iniziano a sbloccarsi i ricordi. Arrivano a ondate, come le scosse di un terremoto al contrario: non distruggono, ricostruiscono.
C’era quel bar, il Vaccaro, dove passavamo giornate intere ad ascoltare la musica degli anni Ottanta. Aspettavamo che il jukebox producesse musica con un pugno invece che con un gettone – impresa mai riuscita, per la cronaca – e soprattutto aspettavamo lui, l’unico della comitiva che già lavorava, per decidere cosa fare.
Quando arrivava, però, era già ora di cena. E quindi non facevamo mai nulla. Ma quella era esattamente la sostanza delle nostre giornate: stazionare tutto il giorno a ridere, scherzare, giocare a flipper. Non serviva altro.
Erano gli anni dei primi amori adolescenziali, e con i nostri fidanzatini avevamo requisito un camper come quartier generale romantico – Norcia è zona sismica, i camper e le case prefabbricate hanno sempre fatto parte del paesaggio finché un giorno i carabinieri ci hanno stanati.
Ridevano anche loro mentre ci dicevano: “Andate a casa, siete minorenni”. Sfrattati senza troppi patemi, abbiamo deciso di passare al piano B: suonare i campanelli e scappare via.
Ci siamo beccati gavettoni memorabili, tornavamo a casa fradici facendo finta di nulla, stoici, perché altrimenti nonni, genitori e zie iniziavano a urlare.
“Tu chi figlia sei?”
Durante la cena alla Taverna del Priore facciamo amicizia con un altro gruppo di nursini e ci facciamo invitare a una serata danzante. Il titolare della taverna, però, si avvicina a me con aria circospetta. Sono quella che da Norcia è andata via prima di tutti, e lui non mi riconosce. “Tu chi figlia sei?” mi chiede. Perché a Norcia non hai un’identità se non sei figlia di qualcuno conosciuto.
È una regola non scritta, ma ferrea. Mi tranquillizzo – e tranquillizzo lui – dicendo il nome di mio padre: “Ah, sei la figlia del professore! Sono stato suo alunno”.
Andiamo al bagno tutte insieme. Esattamente come a quindici anni. Le adolescenti vanno al bagno tutte insieme, di qualsiasi generazione. È una legge universale, un rito che attraversa i decenni senza scalfirsi.
San Benedetto: il nostro nonno
Poi usciamo e andiamo in piazza San Benedetto. Alla rinascita della Basilica è stato dedicato un video emozionante, proiettato sulla facciata restaurata.
Noi, senza rendercene conto, ci sediamo sulle scalette. Come facevamo sempre. Poi ci accorgiamo che forse non è proprio il momento – c’è gente che piange, autorità che commemorano, telecamere che riprendono – ma per noi la chiesa è sempre la stessa.
E forse in quel momento abbiamo pensato che San Benedetto fosse nostro nonno. In fondo il luogo di ritrovo è stato sempre il suo monumento, la sua piazza. Ci siamo dimenticati – o forse non l’abbiamo mai davvero saputo – che è il patrono d’Europa. Perché a quindici anni queste cose sono dettagli. Conta altro. Conta che lì, su quelle scalette, abbiamo riso, abbiamo cantato, abbiamo sognato.
Poi andiamo a ballare. Village People e Raffaella Carrà. Perché se la Basilica può rinascere dopo nove anni sotto le macerie, noi possiamo ancora ballare “YMCA” con lo stesso entusiasmo scoordinato di quando avevamo quindici anni.
Il saluto e le radici
Il giorno dopo ci rivediamo per il saluto. Non serve dire molto. Ci promettiamo di rivederci presto, questa volta senza aspettare un evento storico come pretesto. E poi ognuno, separatamente ma con la stessa destinazione, va al cimitero. Perché le nostre radici sono qui, sotto queste pietre, in questi nomi sulle lapidi. Non è un finale triste. È un atto di fedeltà. Alla memoria. Ai nostri morti. A Norcia stessa.
Il tempo che non passa
La riapertura della Basilica di San Benedetto è un evento storico. Un simbolo di resilienza, di capacità di ricostruzione, di memoria che diventa futuro. Ma è anche qualcos’altro. È la prova che si può tornare.
Ma con dentro quella parte di sé che non invecchia mai. Quella che ha ancora quindici anni e che si siede sulle scalette di piazza San Benedetto come se non fosse passato nemmeno un giorno.
Norcia è crollata e risorta. Noi siamo rimasti identici. E forse è questo il vero miracolo: scoprire che le pietre possono essere ricostruite mattone per mattone, e che i ricordi – quelli veri, quelli che contano – restano intatti.















































