Il cielo di piombo non si è mai dissolto: Walter Toppetti riapre le ferite di un’Italia che ha smesso di ricordare

Al Piccolo Teatro del Teatrodicolle una serata per guardare in faccia gli anni più bui della Repubblica. E riconoscerli nel presente

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C’è un filo sottile che lega il palcoscenico alla coscienza civile di un Paese. Un filo che Walter Toppetti, regista e anima del Teatrodicolle, non ha mai smesso di tendere in cinquant’anni di attività. Sabato 13 dicembre, alle 21.15, quel filo si farà più teso che mai: sul palco del Piccolo Teatro di Collestrada andrà in scena “Il cielo di piombo sull’Italia degli anni ’70: cronaca di una guerra civile”.

Non è uno spettacolo teatrale in senso canonico, tiene a precisare lo stesso Toppetti. E nemmeno una lezione di storia per addetti ai lavori. È qualcosa di più raro e necessario: un atto di memoria condivisa, un invito a guardare in faccia un passato che molti preferirebbero dimenticare e che qualcuno, oggi, sta pericolosamente riscrivendo.

Il mondo in fiamme

Per comprendere cosa accadde in Italia tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Settanta bisogna allargare lo sguardo. Tra il 1965 e il 1978 un vento di tensione percorre il pianeta intero: le Guardie rosse di Mao ridisegnano la Cina nel sangue, i colonnelli greci instaurano una dittatura militare, la Guerra dei sei giorni incendia il Medio Oriente, il Vietnam diventa il mattatoio di una generazione americana. Martin Luther King viene assassinato a Memphis, il Watergate fa tremare la Casa Bianca, il maggio francese porta le barricate nel cuore dell’Europa.

Anche in Italia la tempesta non tarda ad arrivare. Parte dalle aule della Cattolica di Milano, dove gli studenti alzano la voce. Ma presto quella voce si moltiplica: raggiunge le fabbriche, i cantieri, le piazze. Nell’autunno del 1969 sono milioni gli operai che scendono in strada per i rinnovi contrattuali. La marea sale, impetuosa. E una classe politica troppo fragile non sa fare altro che guardare.

12 dicembre 1969: inizia la lunga notte

Ad annunciare la lunga notte della Repubblica arriva una bomba. Piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969: diciassette morti, ottantotto feriti. L’Italia scopre di essere in guerra. Una guerra strana, combattuta nelle strade e nelle piazze, dove il nemico ha mille volti e nessuno sembra in grado di fermarlo.

Da quel giorno, il Paese precipita in un crescendo di orrore. Piazza della Loggia a Brescia, l’Italicus, la stazione di Bologna. Da una parte il terrorismo nero, dall’altra le Brigate Rosse. In mezzo, quella che verrà chiamata “strategia della tensione”: un intreccio mai completamente dipanato di servizi segreti deviati, logge massoniche, interessi internazionali, in cui l’odio diventa il filo rosso di un’intera stagione.

Il Piano Solo, lo scandalo del SID, Ordine Nuovo: sigle e nomi che raccontano un Paese devastato, attraversato anche da disastri naturali come il terremoto del Belice. E mentre Indro Montanelli — gambizzato dalle BR nel 1977 — cercava di raccontare quel momento buio, troppi interrogativi restano senza risposta. Molti, ancora oggi, la attendono.

Nel 1979 Francesco De Gregori dedica a quella strage una delle canzoni più intense della musica italiana: “Viva l’Italia”.

Parole che trasformano una data in un simbolo, un monito, una ferita aperta nella coscienza nazionale. Una data sacra, che chiunque abbia un minimo di rispetto per la storia di questo Paese dovrebbe trattare con reverenza.

E invece no. Nel 2025, proprio il 12 dicembre, la CGIL proclama uno sciopero generale contro una Legge di Bilancio che ignora i bisogni reali del Paese: sanità, istruzione, sicurezza sul lavoro, potere d’acquisto. La risposta della premier? 

Ridicolizzare i lavoratori, accusandoli di scioperare per “farsi il weekend lungo”. Nell’anniversario di piazza Fontana. Nel giorno in cui l’Italia dovrebbe fermarsi a ricordare. Chi governa questo Paese sceglie di schernire chi esercita un diritto sancito dalla Costituzione.

È in gesti come questo che si misura la distanza tra chi conosce la storia e chi la usa come arma. Tra chi rispetta la memoria e chi la calpesta. Tra chi governa e chi comanda.

9 maggio 1978: muore un’idea di politica

Il culmine arriva in una mattina di primavera. Via Caetani, Roma, 9 maggio 1978: nel bagagliaio di una Renault 4 rossa viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Cinquantacinque giorni prima, in via Fani, un commando delle Brigate Rosse aveva sterminato la sua scorta e lo aveva rapito.

Ma quel giorno non morì soltanto uno statista democristiano. Morì un’idea di politica. Morì la possibilità del compromesso storico, quell’apertura ai comunisti nel governo che Moro stava pazientemente costruendo insieme a Enrico Berlinguer. Morì il dialogo come metodo, la mediazione come virtù, la politica come arte del possibile.

Nel racconto che scorre di generazione in generazione, le figure di Berlinguer e Moro hanno acquisito i connotati di eroi del nostro tempo. Figure che, nello stesso tempo, appaiono lontanissime: come se la politica avesse voltato le spalle a quella parentesi di intesa, incapace di sopportare l’assenza di quelle due figure straordinarie. Come se tutto il resto, non potendo replicare quello spessore, avesse scelto una strada diversa. Una strada di declino arrivata all’apice nei giorni nostri.

“Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

Fabrizio De André scrive “Canzone del maggio” nel 1973, a caldo, mentre quei fatti stavano ancora accadendo. Le sue parole fotografano non solo la rivolta, ma soprattutto l’indifferenza di chi guarda altrove: chi chiude le porte, chi prende per buone le verità della televisione. “Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” — cantava Faber. E quel ritornello, a distanza di mezzo secolo, non ha perso un grammo della sua urgenza.

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel sentire oggi una premier evocare gli anni di piombo mentre firma decreti che ne replicano la logica. 

Succede nell’Italia del 2025, dove chi governa parla di “clima che ricorda anni molto difficili per la nostra nazione” e nel frattempo costruisce l’arsenale legislativo per silenziare il dissenso: Daspo per i manifestanti, arresto differito, sanzioni per chi scende in piazza. La caccia ai “cattivi maestri” è tornata.

È la stessa tecnica di sempre, solo con strumenti diversi. Negli anni di piombo si parlava di “fiancheggiatori”, oggi di “mandanti morali”

Come se ogni cittadino dovesse passare la vita a dissociarsi da atti che non ha commesso, parole che non ha pronunciato, persone che non conosce.

I giornalisti asserviti al potere stilano liste, indicano i colpevoli del giorno, alimentano un clima da caccia alle streghe. E intanto chi governa distorce la verità storica di quegli anni, li evoca senza avere la minima idea — o fingendo di non averla — di cosa furono davvero. Di quanto sangue costarono. Di quali ferite lasciarono.

Il teatro come ultimo presidio di memoria

È qui che il gesto di Walter Toppetti acquista il suo significato più profondo. In un’epoca in cui la storia viene riscritta a colpi di dichiarazioni, in cui la memoria diventa merce di scambio politico, in cui i giovani crescono senza sapere cosa accadde in questo Paese, il teatro resta uno degli ultimi spazi dove la verità può essere raccontata.

L’appuntamento è per sabato 13 dicembre alle 21.15, al Piccolo Teatro del Teatrodicolle, in Strada per Brufa a Collestrada. L’ingresso costa appena 8 euro — il prezzo di due caffè per un viaggio nella memoria collettiva del Paese. Per informazioni e prenotazioni si può chiamare il 368 7892620 o seguire i canali social della compagnia, su Facebook e Instagram.

Toppetti non salirà sul palco per dare lezioni. Salirà per condividere, per riflettere insieme, per costringere il pubblico a fare i conti con un passato che ci riguarda tutti. Perché quegli anni non sono archeologia: sono il prologo di ciò che viviamo oggi. Capire come si arrivò alla strategia della tensione, chi la orchestrò, quali interessi servì, significa acquisire gli strumenti per riconoscerla quando si ripresenta sotto altre forme.

Chi è complice è colpevole

Il Teatrodicolle compie cinquant’anni nel 2025. Mezzo secolo fa, in quegli stessi luoghi dove oggi sorge il Piccolo Teatro, un gruppo di giovani fondava una compagnia con l’ambizione di usare il palcoscenico come strumento di riflessione civile. Quella missione, oggi, è più urgente che mai.

Perché la democrazia non muore solo sotto i colpi delle bombe. Muore anche quando smettiamo di ricordare. Quando lasciamo che altri riscrivano la storia a loro piacimento. Quando prendiamo per buone le verità che ci vengono somministrate dal potere senza chiederci cosa nascondano. Quando cambiamo canale, quando scrolliamo via, quando ci convinciamo che non ci riguardi.

De André lo cantava più di cinquant’anni fa, e quelle parole non hanno mai smesso di essere vere: per quanto ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti. Chi tace è complice. E chi è complice, in fondo, è colpevole.

Non mancate a questo appuntamento con la storia. E con la vostra coscienza.

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