Quando il teatro svela le catene invisibili: “Gli ideali delle donne” colpisce dritto al cuore

L'opera di Walter Toppetti celebra mezzo secolo di Teatrodicolle con un parallelismo che fa tremare: le donne del 1935 erano più libere di molte loro nipoti del 2025

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C’è un momento, durante “Gli ideali delle donne (e i grilli per la testa)”, in cui il pubblico smette di sorridere. La commedia brillante che ha accompagnato i primi atti lascia spazio a una rivelazione che spacca in due lo spettacolo e la coscienza di chi assiste. È in quell’istante che Walter Toppetti, autore e regista dell’opera che celebra i 50 anni del Teatrodicolle, consegna al pubblico una verità scomoda: le forme di controllo sono cambiate, ma non sono scomparse.

Lo spettacolo, che ha debuttato con la data zero a Colombella giovedì scorso ed è in programma per la prima ufficiale il 12 agosto a Collestrada, parte da una premessa apparentemente semplice. Siamo nel 1935, tredicesimo anno dell’era fascista, nella piccola sartoria di Gisella e Gabriella a Ponte San Giovanni. Due vedove di guerra che hanno costruito la loro indipendenza economica e decisionale in un’epoca che negava alle donne ogni diritto fondamentale.

Ma è proprio qui che scatta il cortocircuito temporale che rende quest’opera così potente: quelle donne del 1935, formalmente oppresse dal regime, mostrano una libertà interiore e una determinazione che molte loro discendenti del 2025 sembrano aver smarrito.

Il paradosso del progresso apparente

“Prima di tutto leva ‘sto braccio e spiccichete, èn 40 anni che me stè a fa’ la bava dietro… Io con te nun ce vengo manco morta!” grida Gisella respingendo le avances del caposquadra fascista Attilio Scorzoni. È il grido di una donna che, pur vivendo sotto un regime totalitario, ha imparato a dire no. A non scendere a compromessi. A non barattare la propria dignità per una sicurezza illusoria.

Il parallelismo con il presente è stridente e voluto. Oggi, formalmente, le donne hanno conquistato diritti che quelle protagoniste non potevano nemmeno immaginare: voto, divorzio, aborto, leggi contro la violenza di genere. Eppure, nelle pieghe della società contemporanea, si annidano le catene invisibili del nostro tempo.

Sono i social media che impongono canoni estetici impossibili, le app di incontri che trasformano le relazioni in mercati, il consumismo che spaccia la libertà di scelta per vera emancipazione. Meccanismi di condizionamento sottili, pervasivi, che non hanno bisogno di uniformi e simboli per esercitare il loro potere.

La forza della consapevolezza perduta

Walter Toppetti ha costruito un’opera che funziona come un prisma: ogni angolazione rivela sfaccettature diverse della condizione femminile. In superficie, una commedia che strappa sorrisi con i dialoghi in dialetto perugino e le situazioni grottesche. Nelle sue profondità, uno specchio spietato che riflette le contraddizioni del nostro tempo.

Le protagoniste della sartoria possiedono qualcosa che sembra mancare a molte donne contemporanee: la piena consapevolezza della propria condizione. “Noi non avemo bisogno de nissun omo a impiccia’ per casa, c(i) avemo ‘sta piccola attività e facemo da sole“, dichiarano con orgoglio. Non è solo indipendenza economica: è la rivendicazione di uno spazio proprio, di un’identità che non si definisce in relazione al maschile.

La loro forza nasce dalla chiarezza. Sanno di vivere in un sistema oppressivo e reagiscono di conseguenza. Costruiscono alleanze, si sostengono reciprocamente, osano persino sfidare il regime creando una bandiera comunista con gli scarti di stoffa destinati a un vestito per la moglie di un gerarca.

Quando il cinema incontra il teatro

Viene in mente, quasi inevitabilmente, Marcello Mastroianni in “Una giornata particolare” di Ettore Scola. L’attore che incarnò una mascolinità diversa, fragile e umana, proprio nel giorno dell’adunata oceanica per Hitler. Un film che, come l’opera di Toppetti, sapeva raccontare la Storia attraverso le storie private, rivelando come i grandi eventi si riflettano nelle vite quotidiane.

Quella pellicola dimostrava che l’arte può essere uno specchio implacabile della società, capace di svelare le contraddizioni nascoste dietro le grandi narrazioni ufficiali. L’opera del Teatrodicolle porta avanti questa tradizione: usare l’arte per illuminare le zone d’ombra del presente, per costringere il pubblico a fare i conti con le proprie contraddizioni.

Un finale che cambia tutto

È negli ultimi minuti che l’opera rivela la sua vera natura. Senza svelare troppo, possiamo dire che Toppetti ha costruito un crescendo emotivo che trasforma radicalmente la percezione dell’intero spettacolo. Le risate si spengono, i sorrisi si fanno amari quando il monologo finale traccia un filo rosso inquietante tra le violenze del 1935 e quelle che oggi riempiono le cronache quotidiane.

Il pubblico si ritrova faccia a faccia con una realtà che preferiva ignorare: che i nomi di Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano e di troppe altre donne diventate simboli involontari di una violenza che attraversa i decenni, sono l’eco contemporanea di soprusi che credevamo sepolti nella storia.

Il teatro, in questi momenti, dimostra la sua forza unica: la capacità di creare un’esperienza collettiva di consapevolezza, di obbligare centinaia di persone a confrontarsi simultaneamente con verità scomode. Di far capire che quello che stiamo vedendo sul palco non è solo passato, ma un presente che si ripete sotto altre forme.

Un anniversario che guarda al futuro

Il Teatrodicolle celebra mezzo secolo di attività con uno spettacolo che rifiuta la nostalgia facile. Fondata il 12 agosto 1975 da un gruppo di giovani universitari nei garage di casa, la compagnia ha sempre mantenuto viva l’attenzione verso i grandi temi sociali. Con “Gli ideali delle donne”, Toppetti dimostra che il teatro può essere ancora uno strumento di resistenza culturale.

L’appuntamento del 12 agosto a Collestrada, nell’ambito della Festa Grossa (8-17 agosto 2025), non sarà solo una rappresentazione teatrale. Sarà un atto di coraggio intellettuale, un invito a riflettere su quanto abbiamo davvero conquistato e quanto, invece, abbiamo inconsapevolmente perduto.

Perché, come ci insegnano Gisella e Gabriella dalla loro piccola sartoria del 1935, la libertà non è mai un dato acquisito. È una conquista quotidiana che richiede coraggio, consapevolezza e, soprattutto, la capacità di riconoscere le catene anche quando sono invisibili.

Anche quando ci convincono che non esistano. Anche quando ci fanno credere di essere liberi mentre ci tengono prigionieri delle nostre stesse paure.

Non mancate a questo appuntamento con la storia e con voi stessi. Perché alcune verità, per essere comprese fino in fondo, hanno bisogno della magia del teatro dal vivo.

 

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