Marta Argerich, trionfo al Morlacchi

Grande concerto con l’Orchestra da camera di Brema diretta da Valdimir Jurowsky

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di Stefano Ragni – E’ tornata Marta Argerich grazie anche alla mano santa della Fondazione Federica e Brunello Cucinelli.
Ieri sera, il 16, ovviamente davanti ad un teatro Morlacchi tutto esaurito da soci e simpatizzanti degli Amici della Musica. Non poteva essere diversamente per un’artista che rappresenta l’evoluzione di un secolo, da metà di quello scorso ad oggi, percorso con coerenza e con orgoglio.

Interprete amatissima, anche quando brutalizza la tastiera con dei tonfi senza riguardi. Perché non si può negare che il decisionismo della straordinaria musicista argentina non sia di una cifra importante, forse impressionante.

Chi cerca da questa donna ruggente tenerezza e discrezione si rivolga altrove e qui, davanti a queste mani d’acciaio, apprezzi l’impennata estrosa e il colpo di reni orgiastico.

E’ stato così anche nel Concerto di Schumann, pagina percorsa con uno slancio e una vitalità a prova di giovinezza, una grande opera piegata dalle dita magiche, percorse da innervature magnetiche: le note vi si attaccano e non oppongono resistenza e si lasciano guidare dove lei vuole.

Dopo un attacco “a cascata”, un’ottava dietro l’altra, implacabili, il Concerto si è arreso e ha lasciato Marta libera di spaziare su tutti i luoghi più riposti di una scrittura sempre ai limiti dello smarrimento. Lei, da parte sua, ha accettato ogni metamorfosi tematica, perorando dove necessario, mormorando se occorreva, sempre lucida nella scansione dei graffiti sonori. Lucente come uno specchio nell’Intermezzo, una delle cose più difficili da “sostenere” in questo discontinuo Concerto, nell’Allegro finale Marta ha voluto nascondere sotto traccia il suo prorompente virtuosismo e ha accolto a braccia aperte le sonorità che un’orchestra di lusso le offriva.

Perché c’è da dire che la olimpica interprete si è accostata con l’umiltà dei grandi a un’opera che richiede una grande collaborazione sinfonica, e la Deutsche Kammerphilarmonie di Brema è una formazione di prim’ordine.

La trasparenza dei suoi legni e delle ance crea come una sonorità sospesa, vitrea, uno scintillare di ghiaccio reso ancor più diafano da un timpano che sembrava suonare con caldaie di rame. Con questa qualità di fiati deve essere un sogno dirigere un’orchestra del genere e Vladimir Jurowski, giovane, ma competentissimo maestro, non ha faticato ad amalgamare fiati e archi in un impasto di forte penetrazione timbrica.

E di conseguenza il dialogo tra la pianista e la formazione germanica è stato reciprocamente molto rispettoso, misurando ognuno i propri pregi senza farsi reciprocamente influenzare. Come se, facendo un passo in più, uno invadesse i territori acustici dell’altro.

A battute di mano forsennate la pianista argentina ha riposto con un bis fulminante, come è da lei. Una piccola Toccata di Scarlatti che è un magistero di imitazione delle corde della chitarra, una scheggia di un Settecento alchemico di un autore che ha ancora molte cose da svelare. Per la Argerich è stata un passeggiata con la percussività che le viene dalla frequentazione di Prokofiev, ma senza rinunciare al vezzo di nascondersi dietro un velo, quando il turbinio di note si faceva più impellente. Gioco da grande Maestra, apprezzatissimo.

Nonostante la vicinanza con questo ciclope del pianismo mondiale, Jurowky, tanta tenerezza solo a guardarlo, magro e altissimo, ha mostrato di che pasta sia la sua preparazione. Per esempio, nella brevissima Sinfonia K 318, il giovane maestro russo con la bacchetta forbita, ci ha fatto godere di uno dei più bei “crescendo” che i potesse realizzare in una pagina così piccola.

Per la Sinfonia Scozzese, posta a suggello della seconda parte della serata, la vecchia musica di Mendelssohn, pur rosicchiata dalle arme del tempo, ha fatto rivivere gli ardori di un ventenne romantico, a caccia di emozioni ossianiche e di vecchie abbazie dirute, così come le aveva lette nei romanzi di Walter Scott.

Se volete sentirlo il sibilo del vento, effettivamente ce n’è tanto, grazie ai tremoli degli archi che possono farvi rivivere anche il brivido delle stalattiti della grotta di Fingal.

Ma per Jurowki si è trattato di una interpretazione accademicamente tersa, lineare nella successione dei quattro movimenti e conseguente nell’allineamento degli archi al vivo sfrigolare dei fiati. Con esiti trascinanti nella perorazione finale, percorsa con un sincero stupore di trovarla ancora tanto bella e tanto coinvolgente.

Disponendo di quattro corni che erano un prodigio di intonazione Jurowsky ha voluto lasciarci col sorriso shakespeariano del Notturno dalle musiche di scena con cui Mendelssohn rivestì le trame di Oberon e Titania.

Con la consapevolezza di averci fatto apprezzare una sinfonica di prim’ordine.

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Foto di Adriano Scognamillo