Intervista a Stefano Baffetti, in scena “La colpa è mia che t’ho fatto”

Un "non attore" sul palcoscenico, un sogno che si avvera

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Teatro di Sacco, in collaborazione con Bottegart, Bottega Artigiana della Creatività e dei diritti umani, presenta il debutto in forma teatrale de La colpa è la mia che t’ho fatto di e con Stefano Baffetti, sabato 15 dicembre alle ore 21.00 e in replica domenica 16 dicembre alle ore 17.30 in Sala Cutu, nell’ambito della 24^ edizione della Stagione INDIZI 2018-2019.

La locandina di “La colpa è mia che t’ho fatto”

Info & prenotazioni 320.6236109

La colpa è la mia che t’ho fatto è la rielaborazione scenica di testi nati, un po’ per caso, un po’ per gioco su facebook,  come ci ha raccontato il “Baffo” abbiamo posto alcune domande.

Stefano, qual’è la genesi del tuo spettacolo, La colpa è la mia che t’ho fatto?

“Lo spettacolo in se è un debutto, il testo nasce in modo casuale, in realtà frutto di fantasia. Mentre scrivevo altri testi pubblicavo sulla mia pagina fb storielle leggere ispirandomi ed esagerando il lato caratteriale dei miei genitori e dei miei nipoti. Ciò faceva ridere i miei contatti. Poi ho un’amica, Carla Gariazzo, mi ha convinto a trasformarle in un collage, una serie di  letture recitate che sfociano quasi  nel fumetto”.

Immagino che per te un debutto in forma teatrale è un’esperienza importante, come la stai vivendo?

“Sto vivendo un sogno, 

e colgo l’occasione per ringraziare  Bottegart, l’associazione che mi promuove, la prima che ha creduto in me, Caterina Fiocchetti, che è stata la prima a vedere qualcosa in me, e il Teatro di Sacco, che ha scelto lo spettacolo per la stagione INDIZI 2018-2019″.

Come è nata la tua passione per il teatro?

“In realtà non ho formazione, non ho fatto accademia, eccetto alcuni laboratori in passato. Nonostante ciò sono quasi cinque anni che mi tolgo grandi soddisfazioni, e lo dico senza falsa modestia, sono il primo che si tira la croce addosso”.

Quando ha iniziato a recitare e ad elaborare testi teatrali?

“Grazie a Bottegart ho realizzato uno spettacolo di narrazione, la mia opera prima, L’isola degli uomini, e da lì è iniziato tutto. L’isola degli uomini è il racconto dei ventisei ebrei salvati  dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Ho costruito una serie di quadri, nei quali immagino un affresco della società dell’epoca, durante la guerra. Lì, il contrasto tra  gli eventi luttuosi e l’innocenza fa ridere lo spettatore, ed è più semplice”.

Parliamo perciò di una forma Cabaret. La colpa è la mia che t’ho fatto è uno spettacolo comico?

“Sì, potenzialmente è uno spettacolo comico, molto leggero, che parte dal neutro, non c’è denuncia sociale,  e sai bene quanto è difficile far ridere, soprattutto dal ‘neutro’. E’  una mia dissertazione,  che parte da elementi di vita reale, e poi rielaborati in situazioni inventate. E’ il tentativo di far ridere, magari tu, da spettatrice accorta mi dirai se lo spettacolo sarà divertente”.

Certo Stefano, è questa la tua grande scommessa quindi?

“Sono molto emozionato, non avrei mai immaginato di mettere il piede sul palcoscenico a quarant’anni”.

Eppure hai già messo il piede sul palcoscenico, hai interpretato il ruolo di Creonte nell’Antigone di Sandro Mabellini,  regista che ha aperto la stagione  Teatro di Sacco con Trainspotting, ed era un ruolo da co-protagonista.

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“Antigone” di Sandro Mabellini

“Ho avuto la fortuna di lavorare con Sandro Mabellini, che mi ha chiamato, ed ero l’unico attore non professionista nell’ Antigone. Non dimentico che è iniziato tutto con “L’Isola degli uomini”, come ti dicevo, la mia opera prima, spettacolo che avuto quasi cento repliche in tutta Italia e molte recensioni positive, e che mi ha portato al teatro sociale di Como davanti a 800 spettatori”. C’è n’è stata anche un’altra, che ho fatto come coautore “Accanto a te”, che parla di violenza di genere.

Cosa vuoi comunicare allo spettatore con il tuo spettacolo?

“Se la tua domanda è interpreta quello che hai scritto, non so risponderti. L’esigenza di scrivere è nata come un gioco, che parte dalla mia quotidianità, forse un modo per esorcizzare il mio vissuto. Cerco  di essere il meno didascalico possibile, è un flusso al quale non riesco a dare un nome”.

E forse è meglio così, le emozioni non hanno nome. Qualche anticipazione sullo spettacolo?

“Lo spettacolo è in dialetto, spero di non deluderti, dialetto che poi è sdoganato da Filippo Timi, artista che stimo moltissimo, dopo aver dato vita a ben quattro spettacoli in dialetto. Francesco Montesi alle percussioni segue una sua linea personale. Vedrai da spettatrice attenta come sei che sono pieno di tic. Spero di riuscire nel mio intento, far ridere gli spettatori”.

Grazie per l’intervista Stefano, verrò sicuramente a vedere il tuo debutto e sono certa che farà ridere,  o in caso contrario, te lo dirò con estrema sincerità.

Impossibile mancare al debutto di Stefano, perché i sogni talvolta si avverano, come è accaduto a Stefano, che grazie  ad un talento innato  e all’umiltà diventa  ‘non attore’ sul palcoscenico, e questa è già una battaglia vinta.

Uno spettacolo senz’altro divertente, come è stata l’intervista con Stefano. E pieni di tic lo siamo un po’ tutti,  forse a causa dei complicati intrecci familiari  di ogni spettatore o attore. E che vanno elaborati attraverso l’ironia,la fantasia. Per riflettere, per sdrammatizzare, per non prenderci troppo sul serio. E la grande scommessa è di riuscire a ridere, perché non è colpa nostra se qualcuno ci ha fatto, talvolta, piangere. ll segreto è esorcizzare le bizzarrie di alcune figure familiari, e magari, una risata ci salverà.