Alice nel Paese della Consapevolezza. Una storia raccontata come una fiaba

Solo nelle fiabe muore il cattivo

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Ci sono favole il cui epilogo “e vissero felici e contenti” non è certo, specialmente se gli educatori tutti (famiglia, scuola, istituzioni e informazione) non coglieranno l’opportunità di insegnare ai piccoli uomini e alle piccole donne, il concetto di rispetto e la consapevolezza.
Le Cenerentole continueranno a morire ancora e i Principi Azzurri continueranno ad uccidere. Poiché “l’indifferenza uccide”. Poiché in questo Paese degli orrori, “per essere credibile devi essere ammazzato” (Giovanni Falcone), e tuttora, la morte delle donne è ancora di “serie B2”.
In ognuna di noi, e questa è la storia di ogni donna maltrattata, c’è una piccola Alice che viaggia inconsapevole nel Paese delle Meraviglie, poiché ancora non sa che la fiducia è “una danza senza ombrello sotto una pioggia di pugnali” Alejandro Jodorowsky (La danza della realtà).

Ma adesso concedetemi di raccontarvi una storia in forma di fiaba.

Alice nel Paese della consapevolezza 

Un bel giorno la piccola Alice conobbe un Re Solo che viveva in un Castello Incantato insieme ad un Piccolo Principe orfano, e fu invitata a visitarlo.
La piccola Alice era nata di marzo, e quindi era matta quasi come il Cappellaio Matto. T
ra il mare il cielo e gli alberi conobbe i tanti amici del Re e tra gli altri incontrò tra gli altri occhi fuggitivi (e non ridenti) di uno dei tanti e amici e capì che avrebbe potuto ridere insieme a quegli occhi. Ridere fa bene, Alice aveva un’insopprimibile voglia di leggerezza e così fu. Per un bel po’ di tempo risero insieme, anche se la Regina di Cuori andò su tutte le furie e gridò indignata: “Alice non rispetta gli equilibri, Alice non entra in punta di piedi”. Vero che in seguito a questa vicenda ad Alice passò anche la voglia di ridere con lui. Gli amici raccontano verità quando non sono necessarie le menzogne. Ma Alice scoprì poi quando c’era di mezzo il “Castello”, niente era più come deciso un attimo prima, si trasformava in una sorta di incantesimo malefico.
Alice aveva una grande fortuna, il Cappellaio Matto le aveva insegnato il senso del rispetto,  che gli equilibri sono dinamici, e che le rose nascono e crescono come e dove vogliono, perché non possono agonizzare recise in un vaso scelto dalle regine.
Coltivando amicizie non si rompono equilibri, si vivono emozioni.
Poi Alice, non sapeva entrare in punta di piedi, ma solo in punta di tacchi a spillo, o scalza, non aveva mezze misure, poiché era cresciuta libera e disobbediente ma soprattutto ribelle.
Era poco interessata a “borghesuccie dal tubino nero e dai pareri non richiesti”.
Certo, il Castello Incantato aveva regole non scritte, e un Invisibile Tribunale Inquisitorio dove le Streghe venivano bruciate sulla pubblica piazza.
Ma lei sapeva bene che le Sentenze vere si emettono nei Palazzi di Giustizia, e rispettava solo quelle.
Così continuò a scegliere la sua vita, come voleva, ma in perfetto equilibrio con la sua coscienza.
Un giorno la piccola Alice, girovagando in punta di tacchi, incontrò gli occhi devastati del Piccolo Principe orfano, al quale erano stati negati “bei sogni”.
Senza il bacio della buonanotte si vivono solo incubi. Il Piccolo Principe, talvolta sembrava l’Uomo Adulto, forse perché era cresciuto troppo in fretta.
Così Alice, per sua sventura lo conobbe, ma ben presto scoprì che era un Uomo Maltrattante, poiché a sua volta maltrattato da una vita ingrata.
Ricattò Alice, diventata per lui la Strega Cattiva, ma solo perché aveva poco tempo da regalargli.
Alice lavorava duro per guadagnarsi la vita, lui la ricattava nelle cose a cui teneva di più. Alice, che aveva perso il lavoro e poi ritrovato non aveva tempo neanche per se stessa, talvolta. Il Piccolo Principe preferì non capire e la minacciò… Alice non avrebbe festeggiato il suo compleanno nel Castello, questa sarebbe stata la punizione, e giurò che lei non ci avrebbe più messo piede. E anche se non aveva fatto niente, ma per lui così non fu.
Alice chiese al Re Solo di intercedere quando il Piccolo Principe manifestò i suoi capricci.
Alice fu cacciata dal Castello, con l’accusa di essere la causa delle sue sofferenze.
Il Piccolo Principe non la voleva vedere, preferiva minacciarla, insultarla, ricattarla.
Alice pianse lacrime amare la notte del suo compleanno, una notte di marzo in cui tutti, o quasi, le voltarono le spalle.
Se avessero usato il raziocinio, pensò poi l’Alice della Consapevolezza, sarebbe stato tutto più semplice. Ma il “tagliatele la testa” della Regina di Cuori, di tutte le altre regine, di quel mazzo di carte che si sono rivelati, i meri sudditi del Re Solo, li ha resi complici. Appunto, l’indifferenza uccide, ed il silenzio anche.
Voleva solo dimenticare, ma poiché amava scrivere utilizzò metafore durante il suo isolamento forzato.
Scrisse che “… nella vita aveva incontrato molte maschere e pochi volti” (Pirandello); e… “che tanti che si credono assolti sono lo stesso coinvolti” (Faber).
Ma neanche questo le fu concesso, per rientrare nel Castello doveva starsene in silenzio e pentirsi.
Alice però non amava il silenzio, amava raccontare la verità. Non aveva commesso nessun peccato, e soprattutto non permetteva mai “che il rumore delle opinioni altrui zittisse la sua voce interiore”.
Così cambiò account facebook, ripristinò wa, e cancellò tutto e tutti coloro che l’avevano isolata. I colpi invisibili le facevano troppo male. Uscì di scena. Neanche questo non le fu perdonato.
Il Piccolo Principe la cercò di nuovo per chiederle clemenza, ma lei non perdonò.
Sapeva bene che gli uomini maltrattanti chiedono indulgenza per poi minacciare di nuovo. E terrorizzata lo denunciò.
Ed ecco farsi avanti il Re Solo per implorarla di ritirare l’accusa, sostenendo che il “Piccolo Principe” aveva dimenticato tutto.
Ma Alice ormai era entrata nel Paese della Consapevolezza, sapeva ormai che tutto si può assolvere tranne la violenza.
E che certe cose non potranno mai essere dimenticate.
D’altronde aveva fornito una splendida opportunità al Piccolo Principe: imparare che parole e fatti devono coincidere, che le donne vanno amate, non maltrattate.
Poiché i pensieri si fanno parole, e le parole scritte diventano azioni, aveva lasciato al Piccolo Principe la splendida opportunità di imparare ad amare le donne, non ad ucciderle. Ma il Re Solo disse che erano solo parole. E Alice ribadì che le parole devono coincidere.
Niente di tutto questo accadde. Successe invece che un pomeriggio Alice tornò nel Castello, poiché il Re Solo voleva convincerla… Alice scelse di fuggire, e quel giorno non usò neanche i piedi ma le ali, temendo di affogare nel fango.
Già fango, li incontrò tutti insieme per caso ma non troppo in una serata particolare che era consuetudine passare insiemi. Tutti, tutti, e tutti insieme fecero finta di non conoscerla, di non vederla, di non averla mai incontrata.
Il fango. Se qualcosa succederà un giorno saranno tutti responsabili.
Alice fu condannata a non festeggiare più nessun altro compleanno nel Castello Incantato, né il suo né di nessun altro, ma questa volta non pianse più lacrime amare, ma rise, libera e felice.
 The show must go on pensò… Nel fango ci resta solo chi vuole… Non Alice…
Certo, non sa se vivrà felice e contenta, perché, si sa che, se i Piccoli Principi non verranno educati, diventeranno assassini. Alice però ha la sua Piccola Principessa da difendere, perché non ci siano altri orfani, il suo Angelo che le darà sempre il coraggio di resistere, denunciare e raccontare. E al quale sta insegnando oltre al rispetto, anche la meraviglia della disobbedienza e della ribellione agli stereotipi.
Ci sono favole che non hanno epilogo, ma vanno raccontate lo stesso, o le donne continueranno a morire, e gli uomini ad uccidere.